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Gori, lo sport come riscatto dei 30 anni vissuti al buio

Quando la cecità non rappresenta un handicap, ma una continua ricerca nel migliorare le proprie possibilità usando lo sport come strumento di integrazione sociale. Questa è la storia di Stefano Gori, lucchese, dal 1980 affetto da retinite pigmentosa una malattia che l'ha portato a diventare cieco. Da ragazzo amava giocare a calcio con gli amici e la sua prima squadra, il Ponte a Moriano, lo fece sentire per la prima volta importante.
Era un giovane con un carattere fermo e risoluto e si sentì ferito quando venne rimandato in due materie in seconda media. "Non accettai questa decisione - spiega Gori - presa dalla professoressa di lettere visto che furono p romossi a giugno compagni di classe molto meno preparati di me. Non mi presentai agli esami di riparazione e mi ritirai sfiduciato. La licenza media la presi diversi anni dopo in una scuola privata a Gallicano».

Calciatore mancato. All'età di 15 anni inizia a lavorare come operaio all'oleificio Rocchi per aiutare la famiglia. Vive a Ponte a Moriano con i genitori Giuseppe e Maria Dora Ferrari, nata a Londra ma residente in Italia da molti anni. I suoi fratelli Aldo e Margherita si sposarono in giovane età andando a vivere con le rispettive famiglie. Ma dopo il llavoro Gori continua a giocare a calcio e a 16 anni viene ceduto al Borgo a Mozzano esordendo in Seconda categoria.
Un esterno sinistro promettente tanto che Perugia ed Arezzo gli avevano puntato gli occhi addosso arrivando ad offrire 50 milioni per il suo cartellino, una somma considerevole che sarebbe stata accettata dai presidenti Remo Garibaldi e Renato Amadei, ma una partita contro la Lunatese infranse quei sogni. In un contrasto una botta gli lesionò la caviglia procurandogli la rottura dei legamenti. I tempi di recupero in quegli anni erano lunghissimi. La passione calcistica la proseguì tifando Juventus e seguendola dal vivo con le gite organizzate dal club di paese dedicato a Roberto Bettega.
Incontrò, durante gli allenamenti, i suoi idoli Gaetano Scirea, Antonio Cabrini, Claudio Gentile e Roberto Bettega che conobbe nel 1981 quando si trovava in convalescenza nella sua villa di Torino dopo la rottura dei legamenti al ginocchio a Bruxelles contro l'Anderlecht. La malattia.

Fra il 79 e l'80 però si affacciarono per Stefano Gori i primi sintomi della malattia. "Guidando l'auto di notte iniziarono a darmi fastidio i fari delle macchine che incrociavo. Cominciai ad evitare di guidare la notte ed intensificai le mie visite oculistiche senza però avere nessuna diagnosi sulla causa di riduzione del campo visivo. Nel 1983 mio padre morì e l'anno successivo il dottor Giambastiani di Lucca rivelò a mia sorella Margherita la mia malattia. A darmi la mazzata finale il dottor Claudio Marconcini del S. Chiara di Pisa: ero affetto da retinite pigmentosa e in poco tempo avrei perso la vista. Mia madre era disperata, ma io non volevo crederci, non volevo arrendermi e cercai di farmi forza e attenuare la disperazione dei miei familiari. Però mi accorgevo che le mie condizioni di salute pegggioravano giorno per giorno fino a che nel 1984 all'età di 24 anni riuscivo a vedere soltanto ombre e luci: la malattia mi stava divorando.

Due anni dopo l'Asl riconobbe la cecità assoluta. Quelli furono gli anni peggiori della mia vita. Io preso da una malattia senza rimedio, la morte di mio padre, un matrimonio turbolento finito con il divorzio nel 1991». La svolta.

Gori era condannato a vivere al buio. Ma la sua forza di volontà prevalse ancora una volta: "Sono troppo orgoglioso per arrendermi. Dovevo prendermi una rivincita con la malasorte. Non potendo più lavorare all'oleificio Rocchi mi fu data la possibilità dall'Unione Nazionale Ciechi di Lucca di fare un corso per centralinista a Firenze. Superai l'esame entrando a lavorare nel 1994 all'Ufficio del Registro delle Finanze di Lucca, poi trasformato in Agenzia delle Entrate.

Nei ritagli di tempo ho sempre fatto sport e volontariato. Le mie doti principali? Riflessi pronti e buona memoria. Mi ritengo per questo fortunato. Ho memoria di tutto anche quando sono nel centro storico della mia amata Lucca riesco a muovermi da solo aiutato dal mio bastone bianco, ricordandomi la posizione di piazze e vie e perfino l'ubicazione storica delle cabine telefoniche che uso come punto di riferimento una volta sceso dal pullman in Piazzale Verdi».

Un'altra svolta della sua vita è stata Pierangela Pierini. "Le devo tanto. Iniziai la convivenza nel 1996 in casa sua a Viareggio e ci sposammo nel 2009 in comune a Gallicano. Mia moglie mi ha consentito di vivere felice non impedendomi mai di fare sport nelle categorie paralimpiche inserite nel comitato paralimpico internazionale(IPC)vincendo 59 titoli italiani prevalentemente nelle gare veloci di atletica leggera con il Gs dilettantistico Uic di Pisa e 67 titoli italiani fra le squadre Libertas Lucca e il Csi Lucca.L'unico neo non essere riuscito ad ottenere i tempi per le qualificazioni alle Paraolimpiadi di Sydney 2000 ed Atene 2004».

Fra i tanti premi ricevuti 13 Pegaso per lo Sport, l'ultimo il 7 marzo scorso. Gli sono anche state conferite le onorificenze di cavaliere e commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica italiana ed è cittadino onorario di diversi comuni. La sua rivincita con il destino si è compiuta: con orgoglio e tenacia è diventato pluricampione italiano.

di Valter Nieri

Adrenalina e ve